In Siria ora è insurrezione armata. Il racconto di chi c’è
Lunedì la televisione siriana ha denunciato la morte di 120 agenti delle forze di sicurezza a Jisr al Shughour, dove venerdì gli elicotteri dell’esercito avevano fatto fuoco contro i manifestanti civili. Non è possibile confermare la notizia indipendentemente, ma se i manifestanti avessero imbracciato le armi o alcuni reparti dell’esercito avessero cominciato a combattere contro il regime, sarebbe la prima risposta armata al pugno di ferro del presidente Bashar el Assad. I reparti militari al nord erano tenuti lontani dal sud turbolento proprio per i dubbi sulla loro lealtà. Leggi La blogger Amina è scomparsa, l’hanno caricata su un’auto rossa
11 AGO 20

Battaglia con le armi. Lunedì la televisione siriana ha denunciato la morte di 120 agenti delle forze di sicurezza a Jisr al Shughour, dove venerdì gli elicotteri dell’esercito avevano fatto fuoco contro i manifestanti civili. Non è possibile confermare la notizia indipendentemente, ma se i manifestanti avessero imbracciato le armi o alcuni reparti dell’esercito avessero cominciato a combattere contro il regime, sarebbe la prima risposta armata al pugno di ferro del presidente Bashar el Assad. I reparti militari al nord erano tenuti lontani dal sud turbolento proprio per i dubbi sulla loro lealtà. Da un momento all’altro si attende un’offensiva violenta di Damasco per riprendere il controllo della situazione. Ieri, l’ambasciatrice siriana in Francia si è dimessa per protestare contro le violenze.
Palestinesi mandati al macello. La verità sulla natura degli incidenti sul Golan di domenica è stata rivelata dalla battaglia scoppiata ieri nel campo palestinese di Yarmuk, nella periferia di Damasco. La sparatoria è iniziata durante i funerali di otto giovani morti sul Golan, quando i loro parenti hanno cacciato via in malo modo i dirigenti del Fplp-Cg ( Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando generale) che pretendevano di presenziare e hanno dato alle fiamme la loro sede nel campo, innescando la sparatoria. E’ intervenuto in forze l’esercito siriano, ma intanto altri 14 morti palestinesi sono rimasti sul selciato. Le spiegazioni dei parenti delle vittime del Golan sulle ragioni dell’odio per il Fplp-Cg non danno adito a dubbi: i giovani palestinesi non sono affatto andati a manifestare spontaneamente sulle alture del Golan e non hanno affatto violato la frontiera con Israele per desiderio di “martirio”, ma perché erano stati ingannati dal Fplp-Cg, che li ha trasportati in autobus sulla frontiera, garantendo una copertura militare, poi risultata inesistente. Una trappola. Chiarissima la testimonianza all’Aki dell’attivista palestinese Ahmad S., che era stato domenica sul Golan e che ha guidato la rivolta di Yarmuk: “Siamo stanchi di essere manipolati; per anni il regime siriano e i partiti all’interno del campo ci hanno impedito di recarci nel Golan e anche per le visite personali avevamo bisogno di un permesso speciale; la gente di Yarmuk accusa il regime siriano e soprattutto il Fplp-Cg, capeggiato da Ahmad Jibril, vicino ai servizi segreti siriani, di non aver protetto abbastanza i palestinesi che ingenuamente avevano accettato di recarsi nel Golan con bus messi a disposizione dal Fplp-Cg stesso”. E’ così confermata – e con un nuovo strascico di sangue – la valutazione data da Israele sulla reale meccanica degli incidenti: il regime siriano, tramite Jibril, ha volutamente mandato al macello i palestinesi per creare un diversivo alla crisi interna che negli ultimi tre giorni ha fatto altre decine di vittime tra i manifestanti a Hama, Homs e altrove.
Il blog del porcospino. Robin Yassin Kassab è l’editore responsabile del blog Qunfuz (che in arabo significa porcospino) dove da mesi segue l’evoluzione delle rivolte in Siria grazie alla sua rete di contatti sul posto ed è diventato una delle fonti più credibili per capire che cosa sta succedendo in un paese da dove tutti i corrispondenti stranieri sono stati cacciati a forza. A Londra, dove è nato e vive, collabora con la rivista Pulse votata tra le migliori del mondo dal Monde Diplomatique. Sul blog Yassin Kassab scrive che i canti rivoluzionari siriani sono “distinti, creativi, potenti e a volte comici quanto i corrispettivi slogan egiziani”. Questo che segue è la parodia del monito di Gheddafi, che ha minacciato di dare la caccia “vicolo per vicolo, casa per casa” ai membri dell’opposizione libica: “Zanga zanga dar dar”, vicolo per vicolo, casa per casa, “bidna rasak ya bashaar”, vogliamo la tua testa, o Bashar. Sul blog del siriano espatriato Robin Yassib Kassab è possibile vedere il filmato di un Talbeeseh, una festa tradizionale siriana per celebrare la futura sposa, prima del matrimonio. Nelle ultime settimane le manifestazioni contro il regime del presidente siriano, Bashar el Assad, sono diventate più piccole, meno evidenti, ma prendono le forme più disparate. Nel video, il matrimonio diventa una scusa per intonare canti e slogan anti regime. Nelle parole di Robin Yassin Kassab “un leader declama un verso e la folla lo ripete”, tutto con crescente pathos.
Sembra una festa, è una rivolta. Si comincia con i cori di benvenuto rivolti a coloro che arrivano alla festa: “Ahla wa sahla billi jaie”, un benvenuto a chi è arrivato, “ya merhaba”, la tua compagnia ci intrattiene. Ma subito il contesto politico diventa evidente: “Wal talbeeseh li Um Shurshouh”, questa festa è per Um Shurshouh (paese nella provincia di Hama, luogo della manifestazione). “Walla aal susrrah nrooh”, per Dio, andremo al palazzo (presidenziale), e continua: “bidna nehki aal makshoof”, vogliamo parlare apertamente, “ba’athiyeh ma bidna nshoof”, non vogliamo vedere un solo Baathista, “bi talbeeseh al abiyeh”, partecipare a questa festa dignitosa, “ma bidna nshoof hizbiyeh”, non vogliamo vedere un solo membro del partito (Baath ndr). A smentire le voci messe in circolo dal regime, tutte le confessioni sono invitate alla “festa”: “islam wa masihiyeh”, cristiani e musulmani, “druze wa alawiyeh”, drusi e alawiti, “thawritna thawra sooriyeh”, la nostra rivoluzione è una rivoluzione siriana. Per contrastare la versione messa in giro dal regime, ovvero che la rivoluzione è legata all’estremismo salafita vicino ad al Qaida, cantano: “la salafiyeh wa la irhab” non c’è un salafita e non c’è un terrorista, “min hasekeh lil hawran”, dall’Hasekeh (provincia dell’estremo nord est) all’Hawran (provincia del sud), “ash-shaab as-soori mab yinhan”, il popolo siriano non sarà insultato. E infine, l’appello generale alla rivolta: “shoofoo shoo sar fi-Dara’a”, guarda che cosa è successo a Dara’a, “kanat Dara’a sarat ’andna”, è cominciata a Dara’a adesso è arrivata qui, “ya soori shoo amtastana?”, o siriano, cosa stai aspettando?, “kanat Dara’a sarat ’andna”, è cominciata a Dara’a adesso è arrivata qui”.
La confessione dell’ufficiale. “Sono il primo luogotenente Abdul Razaq Tlass, della Quinta divisione, quindicesima brigata, reggimento 852. Vengo da Rastan, vicino a Homs. Sono entrato nell’esercito per proteggere la mia gente, ma dopo i crimini a cui ho assistito contro la popolazione di Dara’a non posso più restare al mio posto”. Con questo video, caricato su YouTube e ripreso ieri da al Jazeera, Abdul Razaq Tlass è diventato il primo disertore della storia siriana a dare il proprio addio in televisione. Il luogotenente dai baffetti accennati non è un militare qualunque: è della famiglia di Mustafa Tlass, ex ministro sunnita della Difesa, fedelissimo del regime di Damasco. Mostra il suo documento di riconoscimento, parla con una cadenza ferma, sicura, e dice di venire da una delle città più colpite dalla repressione del regime siriano: “Ricordate quali sono i vostri doveri”, dice ai suoi commilitoni. Racconta una storia che Damasco non vuole raccontare: ho visto i miei compagni sparare ai manifestanti, ho assistito al “massacro dei disertori della Nona divisione”. Il luogotenente Tlass conferma che “Il regime non sta combattendo contro alcun gruppo armato”. Poi chiede ai compagni d’armi: “Venite con me, dalla parte dei manifestanti, a proteggerli”.
Chi sono gli scagnozzi di Assad. Consiglio a chiunque stia cercando di comprendere come è governata la Siria – scrive ancora Robin Yassin Kassab – di guardare “Il Padrino”. E spiega che la divisione tra alawiti e sunniti in realtà non è così importante, conta più la divisione tra chi difende lo status quo perché ha una posizione di rendita e ci guadagna e il resto del paese. La Siria non è un paese diviso su linee confessionali religiose. Ma è stato ricreato come settario in modo che alcune persone possano mantenere le proprie poltrone. Gli al Shabiya – ovvero la milizia malavitosa in abiti civili impiegata dal regime per gli atti di repressione più sporchi – sono un gruppo di contrabbandieri di soldi e droghe che originariamente lavorava per la famiglia degli Assad a Latakia (una ricca città sulla costa siriana). Muhammed al Assad (Sheik al Jabal) è uno dei loro leader, Fawaz al Assad è un altro. Per essere un membro degli al Shabiya non è necessario essere un alawita, bisogna soltanto essere fedeli alla causa (il contrabbando) e al capo. Iyad e Ihab Makhlouf (cugini di Assad e i più grossi imprenditori del paese, ndr) hanno utilizzato negli anni Novanta moltissimi sunniti, alawiti, cristiani e membri di al Shabiya per contrabbandare in Libano i soldi di uomini di affari di Damasco e allo stesso tempo rubare auto libanesi. Il loro giro d’affari è stato scoperto soltanto dopo che hanno rubato la macchina del figlio di al Hrawai (un ex presidente libanese). Oggigiorno alcuni di questi teppisti membri di al Shabiya arrivano fino a Latakia sia da al Skentouri sia da al Slaybeh (aree a maggioranza sunnita). “Credo che al Shabiya siano lo sviluppo naturale di quaranta anni di governo dello stesso regime, e lo stesso ragionamento vale per i salafiti. Entrambi i gruppi sono le due facce della stessa medaglia. Si sono sviluppati per colpa del regime”, scrive Yassin Kassab.
Palestinesi mandati al macello. La verità sulla natura degli incidenti sul Golan di domenica è stata rivelata dalla battaglia scoppiata ieri nel campo palestinese di Yarmuk, nella periferia di Damasco. La sparatoria è iniziata durante i funerali di otto giovani morti sul Golan, quando i loro parenti hanno cacciato via in malo modo i dirigenti del Fplp-Cg ( Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando generale) che pretendevano di presenziare e hanno dato alle fiamme la loro sede nel campo, innescando la sparatoria. E’ intervenuto in forze l’esercito siriano, ma intanto altri 14 morti palestinesi sono rimasti sul selciato. Le spiegazioni dei parenti delle vittime del Golan sulle ragioni dell’odio per il Fplp-Cg non danno adito a dubbi: i giovani palestinesi non sono affatto andati a manifestare spontaneamente sulle alture del Golan e non hanno affatto violato la frontiera con Israele per desiderio di “martirio”, ma perché erano stati ingannati dal Fplp-Cg, che li ha trasportati in autobus sulla frontiera, garantendo una copertura militare, poi risultata inesistente. Una trappola. Chiarissima la testimonianza all’Aki dell’attivista palestinese Ahmad S., che era stato domenica sul Golan e che ha guidato la rivolta di Yarmuk: “Siamo stanchi di essere manipolati; per anni il regime siriano e i partiti all’interno del campo ci hanno impedito di recarci nel Golan e anche per le visite personali avevamo bisogno di un permesso speciale; la gente di Yarmuk accusa il regime siriano e soprattutto il Fplp-Cg, capeggiato da Ahmad Jibril, vicino ai servizi segreti siriani, di non aver protetto abbastanza i palestinesi che ingenuamente avevano accettato di recarsi nel Golan con bus messi a disposizione dal Fplp-Cg stesso”. E’ così confermata – e con un nuovo strascico di sangue – la valutazione data da Israele sulla reale meccanica degli incidenti: il regime siriano, tramite Jibril, ha volutamente mandato al macello i palestinesi per creare un diversivo alla crisi interna che negli ultimi tre giorni ha fatto altre decine di vittime tra i manifestanti a Hama, Homs e altrove.
Il blog del porcospino. Robin Yassin Kassab è l’editore responsabile del blog Qunfuz (che in arabo significa porcospino) dove da mesi segue l’evoluzione delle rivolte in Siria grazie alla sua rete di contatti sul posto ed è diventato una delle fonti più credibili per capire che cosa sta succedendo in un paese da dove tutti i corrispondenti stranieri sono stati cacciati a forza. A Londra, dove è nato e vive, collabora con la rivista Pulse votata tra le migliori del mondo dal Monde Diplomatique. Sul blog Yassin Kassab scrive che i canti rivoluzionari siriani sono “distinti, creativi, potenti e a volte comici quanto i corrispettivi slogan egiziani”. Questo che segue è la parodia del monito di Gheddafi, che ha minacciato di dare la caccia “vicolo per vicolo, casa per casa” ai membri dell’opposizione libica: “Zanga zanga dar dar”, vicolo per vicolo, casa per casa, “bidna rasak ya bashaar”, vogliamo la tua testa, o Bashar. Sul blog del siriano espatriato Robin Yassib Kassab è possibile vedere il filmato di un Talbeeseh, una festa tradizionale siriana per celebrare la futura sposa, prima del matrimonio. Nelle ultime settimane le manifestazioni contro il regime del presidente siriano, Bashar el Assad, sono diventate più piccole, meno evidenti, ma prendono le forme più disparate. Nel video, il matrimonio diventa una scusa per intonare canti e slogan anti regime. Nelle parole di Robin Yassin Kassab “un leader declama un verso e la folla lo ripete”, tutto con crescente pathos.
Sembra una festa, è una rivolta. Si comincia con i cori di benvenuto rivolti a coloro che arrivano alla festa: “Ahla wa sahla billi jaie”, un benvenuto a chi è arrivato, “ya merhaba”, la tua compagnia ci intrattiene. Ma subito il contesto politico diventa evidente: “Wal talbeeseh li Um Shurshouh”, questa festa è per Um Shurshouh (paese nella provincia di Hama, luogo della manifestazione). “Walla aal susrrah nrooh”, per Dio, andremo al palazzo (presidenziale), e continua: “bidna nehki aal makshoof”, vogliamo parlare apertamente, “ba’athiyeh ma bidna nshoof”, non vogliamo vedere un solo Baathista, “bi talbeeseh al abiyeh”, partecipare a questa festa dignitosa, “ma bidna nshoof hizbiyeh”, non vogliamo vedere un solo membro del partito (Baath ndr). A smentire le voci messe in circolo dal regime, tutte le confessioni sono invitate alla “festa”: “islam wa masihiyeh”, cristiani e musulmani, “druze wa alawiyeh”, drusi e alawiti, “thawritna thawra sooriyeh”, la nostra rivoluzione è una rivoluzione siriana. Per contrastare la versione messa in giro dal regime, ovvero che la rivoluzione è legata all’estremismo salafita vicino ad al Qaida, cantano: “la salafiyeh wa la irhab” non c’è un salafita e non c’è un terrorista, “min hasekeh lil hawran”, dall’Hasekeh (provincia dell’estremo nord est) all’Hawran (provincia del sud), “ash-shaab as-soori mab yinhan”, il popolo siriano non sarà insultato. E infine, l’appello generale alla rivolta: “shoofoo shoo sar fi-Dara’a”, guarda che cosa è successo a Dara’a, “kanat Dara’a sarat ’andna”, è cominciata a Dara’a adesso è arrivata qui, “ya soori shoo amtastana?”, o siriano, cosa stai aspettando?, “kanat Dara’a sarat ’andna”, è cominciata a Dara’a adesso è arrivata qui”.
La confessione dell’ufficiale. “Sono il primo luogotenente Abdul Razaq Tlass, della Quinta divisione, quindicesima brigata, reggimento 852. Vengo da Rastan, vicino a Homs. Sono entrato nell’esercito per proteggere la mia gente, ma dopo i crimini a cui ho assistito contro la popolazione di Dara’a non posso più restare al mio posto”. Con questo video, caricato su YouTube e ripreso ieri da al Jazeera, Abdul Razaq Tlass è diventato il primo disertore della storia siriana a dare il proprio addio in televisione. Il luogotenente dai baffetti accennati non è un militare qualunque: è della famiglia di Mustafa Tlass, ex ministro sunnita della Difesa, fedelissimo del regime di Damasco. Mostra il suo documento di riconoscimento, parla con una cadenza ferma, sicura, e dice di venire da una delle città più colpite dalla repressione del regime siriano: “Ricordate quali sono i vostri doveri”, dice ai suoi commilitoni. Racconta una storia che Damasco non vuole raccontare: ho visto i miei compagni sparare ai manifestanti, ho assistito al “massacro dei disertori della Nona divisione”. Il luogotenente Tlass conferma che “Il regime non sta combattendo contro alcun gruppo armato”. Poi chiede ai compagni d’armi: “Venite con me, dalla parte dei manifestanti, a proteggerli”.
Chi sono gli scagnozzi di Assad. Consiglio a chiunque stia cercando di comprendere come è governata la Siria – scrive ancora Robin Yassin Kassab – di guardare “Il Padrino”. E spiega che la divisione tra alawiti e sunniti in realtà non è così importante, conta più la divisione tra chi difende lo status quo perché ha una posizione di rendita e ci guadagna e il resto del paese. La Siria non è un paese diviso su linee confessionali religiose. Ma è stato ricreato come settario in modo che alcune persone possano mantenere le proprie poltrone. Gli al Shabiya – ovvero la milizia malavitosa in abiti civili impiegata dal regime per gli atti di repressione più sporchi – sono un gruppo di contrabbandieri di soldi e droghe che originariamente lavorava per la famiglia degli Assad a Latakia (una ricca città sulla costa siriana). Muhammed al Assad (Sheik al Jabal) è uno dei loro leader, Fawaz al Assad è un altro. Per essere un membro degli al Shabiya non è necessario essere un alawita, bisogna soltanto essere fedeli alla causa (il contrabbando) e al capo. Iyad e Ihab Makhlouf (cugini di Assad e i più grossi imprenditori del paese, ndr) hanno utilizzato negli anni Novanta moltissimi sunniti, alawiti, cristiani e membri di al Shabiya per contrabbandare in Libano i soldi di uomini di affari di Damasco e allo stesso tempo rubare auto libanesi. Il loro giro d’affari è stato scoperto soltanto dopo che hanno rubato la macchina del figlio di al Hrawai (un ex presidente libanese). Oggigiorno alcuni di questi teppisti membri di al Shabiya arrivano fino a Latakia sia da al Skentouri sia da al Slaybeh (aree a maggioranza sunnita). “Credo che al Shabiya siano lo sviluppo naturale di quaranta anni di governo dello stesso regime, e lo stesso ragionamento vale per i salafiti. Entrambi i gruppi sono le due facce della stessa medaglia. Si sono sviluppati per colpa del regime”, scrive Yassin Kassab.